Nuove cure per l’anemia aplastica grave

L’Eltrombopag, un farmaco già utilizzato per la cura di altre patologie, viene ora integrato nel protocollo per il trattamento dell’anemia aplastica grave in età pediatrica. Il suo impiego migliora i tassi di sopravvivenza e la qualità della vita dei piccoli pazienti.

Gli effetti positivi del farmaco sono stati evidenziati da una ricerca promossa dall’EBMT, la Società Europea di Trapianto di Midollo osseo e Terapie Cellulari, con l’importante contributo dell’Istituto pediatrico Giannina Gaslini di Genova. Uno dei coordinatori della ricerca pubblicata sul New England Journal of Medicine è Carlo Dufour, direttore del Polo Emato-Onco-Trapiantologico e dell’Unità di Ematologia dell’ospedale ligure.

L’anemia aplastica grave è una malattia molto rara che inibisce la produzione, da parte del midollo osseo, dei globuli bianchi, dei globuli rossi e delle piastrine. Ripercorrere la storia di questa rara forma di anemia è importante per comprendere i progressi della scienza, rapidissimi soprattutto negli ultimi decenni. Negli anni Settanta l’anemia aplastica grave era quasi sempre letale; lo studio dei casi trattati e le sperimentazioni in laboratorio hanno condotto all’individuazione delle cure.

Prima della scoperta dell’efficacia dell’eltrombopag, esistevano essenzialmente due vie per trattare i pazienti affetti da anemia aplastica grave: il trapianto di midollo osseo, per il quale può essere difficile trovare un donatore, e la cosiddetta immunosoppressione combinata, la quale si ottiene con l’utilizzo di due farmaci: il siero antilinfocitario e la ciclosporina A. A questi medicinali oggi si aggiunge la molecola oggetto della ricerca dell’EBMT.

I pazienti in età pediatrica che sono stati sottoposti alla cura con l’integrazione di eltrombopag a sei mesi, non hanno avuto recidive, né bisogno di ulteriori trattamenti.

Il progetto che ha resgistrato questi importantissimi risultati è stato condotto anche da Antonio M. Risitano, direttore dell’Unità di Ematologia e Trapianto Emopoietico presso l’AORN Moscati di Avellino e professore di Ematologia presso l’Università Federico II di Napoli, e Régis Peffault de Latour, professore e direttore del Centro di riferimento francese per l’anemia aplastica e la EPN presso l’ospedale Saint-Louis di Parigi.

Uno sforzo corale per un obiettivo ambizioso. L’ennesimo successo della scienza, lungo la strada che rende possibile la cura di un numero sempre più grande di patologie onco-ematologiche, con il contributo di tutti, in particolare di coloro i quali riconoscono il valore della ricerca scientifica.

Le donazioni all’AIL sono preziose perché permettono, oltre all’assistenza (ospedaliera e domiciliare) ai pazienti ematologici, la ricerca scientifica. L’unica in grado di offrire risposte ai pazienti che confidano nella possibilità di guarire. La guarigione dei pazienti di oggi significa maggiori speranze per i pazienti di domani, cure sempre più efficaci e specifiche. Infallibili, in molti casi.

Donare all’AIL significa sapere di aver fatto qualcosa di grande per il presente e per il futuro di tutti.

Diagnosi più facili e veloci con il progetto JakNet

Le migliori cure disponibili, ovunque il paziente risieda. È l’obiettivo del progetto JakNet, a cura della Fondazione GIMEMA. Per diffonderne le finalità e le potenzialità sono stati realizzati dei video informativi attraverso i quali esperti ematologi illustrano le caratteristiche delle Malattie Mieloproliferative Croniche (al centro del progetto), i progressi delle cure, in particolare negli ultimi anni, e le prospettive future.

Sono patologie sulle quali c’è una minore diffusione di informazioni, e rappresentano secondo l’OMS una delle cinque categorie delle neoplasie mieloidi. Colpiscono le cellule staminali emopoietiche, ovvero le cellule del midollo che producono i globuli rossi, i globuli bianchi e le piastrine che circolano nel sangue periferico. Le mieloproliferative croniche sono malattie rare che possono riguardare qualunque fascia d’età.

Il progetto JakNet mira a garantire a tutti i pazienti l’accesso alle stesse modalità diagnostiche e quindi successivamente, di cura. In particolare, i medici che si occupano nello specifico della classe di neoplasie mieloproliferative Philadelphia-negative hanno la possibilità di richiedere esami genetici e anatomopatologici a un circuito di laboratori inseriti nel programma. Il campione di sangue da esaminare viene spedito al laboratorio più vicino disponibile e, una volta esaminato, i risultati sono visibili su una piattaforma on line.

Il progetto intende quindi favorire le diagnosi, a prescindere dal luogo di residenza del paziente, per offrirgli le terapie più adeguate nel minore tempo possibile. La tempestività nell’individuazione di una patologia, nella sua etichettatura, è fondamentale. Meno tempo si perde, più il paziente ne guadagna nella lotta alla neoplasia, maggiori sono le chance per convivere nella maniera migliore possibile con la patologia mieloproliferativa.

I video esplicativi sono consultabili sul sito della Fondazione Gimema-Franco Mandelli onlus (https://www.gimema.it/cinque-video-per-raccontare-jaknet-il-progetto-gimema-per-le-neoplasie-mieloproliferative-croniche-mpn/). Ricordiamo che il lavoro dell’AIL è strettamente connesso con quello della onlus intitolata al professor Mandelli. Ricordiamo anche che se l’impegno dell’AIL nell’assistenza ai pazienti è possibile è proprio grazie al lavoro dei volontari e al sostegno di chi dona contributi all’Associazione, anche solo occasionalmente. Lo stesso vale per la Fondazione Gimema, che si occupa di ricerca scientifica nell’ambito delle patologie ematologiche (anche di malattie non maligne, dal 1998 in poi). Si tratta di un lavoro di squadra, dove i principali attori sono proprio i donatori. Coloro i quali credono nella ricerca, perché ne conoscono bene i risultati. Progressi che sono sotto gli occhi di tutti, in realtà. Basti citare una qualunque delle malattie del sangue, ricostruirne la storia e verificare quanti passi avanti siano stati compiuti nella cura di quella malattia e quindi delle altre.

La Sezione AIL di Taranto è presente sul territorio da quasi 25 anni; i suoi volontari sono al fianco dei pazienti ematologici e li assistono direttamente a casa loro, anche in questo periodo complicato. Attualmente l’assistenza domiciliare significa per decine di pazienti la possibilità di curarsi senza doversi recare in ospedale, contenendo quindi il rischio di contagio rispetto al virus Sars-CoV-2. Sappiamo quanto siano in affanno le strutture sanitarie in questo momento. L’impegno dei volontari è di sostegno anche al personale medico.

Non è semplice per gli operatori sanitari e non lo è per i volontari delle associazioni che, come l’AIL, si prendono cura dei pazienti, anche dal punto di vista psicologico. C’è bisogno di medici e infermieri, la Sezione di Taranto ha lanciato l’appello settimane fa e lo rinnova anche oggi.

Per continuare a garantire il servizio di assistenza domiciliare, c’è bisogno di altri volontari. Sosteniamo l’AIL (con il coinvolgimento diretto e/o con le donazioni), e aiuteremo i pazienti a guarire. Aiuteremo inoltre la ricerca a trovare sempre nuove soluzioni alle patologie più diverse. Grazie!

Per il bene di tutti i pazienti, vacciniamoci!

I contagi da Covid-19 sono in netto aumento, a causa della diffusione della variante Omicron. È in crescita anche il numero dei ricoveri, soprattutto tra i non vaccinati, e aumentano anche i casi di contagio tra medici e infermieri (6618 soltanto negli ultimi 30 giorni), costretti per questo a quarantene e assenze. Attualmente gli operatori sanitari positivi al Sars-Cov-2 sono circa 13.000, stando ai dati della Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso). I turni del personale contagiato devono essere coperti dai colleghi, già in affanno e sotto pressione dopo mesi di lavoro senza pause. Sanitari che spesso sono oggetto di insulti e aggressioni, non solo verbali.

Una situazione che determina uno stato di crisi per moltissime strutture sanitarie, le quali non riescono più a gestire i ricoveri ordinari e le terapie intensive. Fatte queste premesse, la via che si deve percorrere per arginare le difficoltà è la vaccinazione. Vaccinarsi è importante non soltanto per proteggere e proteggersi dal virus ma anche per consentire ai sanitari di prendere in carico tutte le categorie di pazienti, non solo i malati Covid. Le altre malattie non sono scomparse, al contrario la condizione di migliaia di persone affette da patologie croniche è peggiorata, negli ultimi due anni, a causa dell’impossibilità o della difficoltà di accedere agli esami di controllo e alle terapie.

Insomma, si riducono i servizi per i pazienti non Covid e spesso tali servizi sono insufficienti anche per questi ultimi, mentre le liste d’attesa si allungano pericolosamente.

“Vivevamo già prima una situazione di carenza cronica di personale – spiega Antonio De Palma, presidente del sindacato infermieri Nursing Up – e oggi mancano 80 mila infermieri nel sistema sanitario nazionale”.

Una cifra alla quale se ne aggiungono altre. Dei seimila sanitari infettati nel mese di dicembre 2021, la maggior parte sono infermieri. E i numeri sono destinati a crescere, se non comprendiamo tutti il valore del vaccino, la sua efficacia nel ridurre il contagio, ma soprattutto nel ridurre drasticamente il rischio di complicanze gravi. Anche dopo aver ricevuto il vaccino, occorre inoltre tenere comportamenti responsabili.

Conservare un atteggiamento responsabile verso se e verso gli altri è il mezzo più efficace per dare una mano ai sanitari, per tutelare le possibilità di cura, perché queste possibilità siano garantite a tutti i pazienti.

Si esce dalla pandemia tutti insieme. È stato sottolineato all’inizio, nella fase emergenziale della diffusione del virus ed è altrettanto vero adesso. Completare il ciclo vaccinale, utilizzare i dispositivi di protezione individuale, nei modi e nei tempi prescritti, igienizzarsi frequentemente le mani è importante per non ammalarsi gravemente e per ridurre il contagio ed è fondamentale per consentire al sistema sanitario nazionale di funzionare meglio. Per il bene di tutti i pazienti, di tutti noi.

I volontari AIL di Taranto (come i volontari delle altre sezioni dell’Associazione) sono quotidianamente alle prese con le difficoltà che i pazienti ematologici vivono, a causa dell’affanno delle strutture sanitarie. Aiutiamoli e aiutiamoci! E non dimentichiamo di sostenere l’AIL, in questo momento, e sempre!