Diritto all’oblio, una marcia per arrivare a 100mila firme

L’AIL Sezione di Taranto continua a seguire la campagna per il diritto all’oblio oncologico.

Riguarda naturalmente anche i pazienti e gli ex pazienti ematologici. Nelle scorse settimane sono cresciute le adesioni a questa campagna, a tutela del diritto di ‘riservatezza’ delle persone che hanno affrontato una malattia onco-ematologica

La raccolta delle firme, per la petizione promossa dalla Fondazione Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) prosegue sul sito dirittoallobliotumori.org.

Raggiunto il target delle centomila adesioni (al momento sono 75 mila), la petizione arriverà sulle scrivanie dei presidenti Draghi e Mattarella.

L’obiettivo è una legge che tuteli i pazienti onco-ematologici, spesso discriminati a causa della patologia, nella vita sociale ed economica. 

Il prossimo step della campagna prevede una marcia di circa 5 chilometri, in programma per le vie di Pescara, lungomare compreso. Si cammina tutti insieme per una giusta causa, per una richiesta doverosa che coinvolge decine di migliaia di ex pazienti e altrettante famiglie. 

A voi è mai capitato di essere discriminati, in qualche modo, a causa delle vostre condizioni di salute? Vi è mai capitato di esserlo anche dopo la guarigione?

Parliamone, usiamo i canali social a nostra disposizione per denunciare episodi di discriminazione. Fatti che aggiungono dolore alla sofferenza fisica e psicologica che già la malattia comporta. 

L’Associazione di oncologia medica ha portato alla luce decine di casi di questo genere, denunciando per esempio l’impossibilità, per alcuni ex pazienti, di accedere a mutui e coperture assicurative.

Solo perché nelle banche dati di istituti di credito e altri enti risultano in memoria i dati relativi ai ricoveri, oppure per precedenti autocertificazioni firmate dallo stesso paziente discriminato, ma in un momento in cui la malattia era in corso. 

Una volta terminato il ciclo delle cure e in alcuni casi anche durante le terapie dovrebbero decadere impedimenti e vincoli rispetto a una qualunque attività messa in atto dall’ex paziente. Succede anche nel momento in cui si cerca un lavoro: l’essere stati colpiti da un tumore costituisce una controindicazione all’assunzione. Non c’è nulla di più sbagliato di un simile modo di interpretare la malattia, durante le terapie e nel momento in cui essa sia stata superata. 

La norma permetterebbe all’Italia di seguire l’esempio virtuoso di altri Paesi europei (Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda e Portogallo), che già tutelano i propri cittadini con una legge dedicata.

Sono più di 3,5 milioni le persone che nel nostro Paese convivono con il cancro, il 27% di questa cifra è guarito; non è giusto che per loro le porte della vita sociale ed economica continuino a restare chiuse. 

Deve esserci un limite temporale oltre il quale anche i pazienti cronici possano essere, agli occhi della burocrazia, considerati guariti.

Le terapie sono cambiate, per molte patologie onco-ematologiche esistono cure che consentono ai pazienti di convivere a lungo e ragionevolmente bene con la patologia.

Non si può continuare a ignorare i progressi della scienza e comportarsi come se i guariti o alcune categorie di pazienti cronici siano ancora classificabili come inabili al lavoro e a qualsiasi altra attività, quindi discriminati prima economicamente e poi socialmente.

Firmiamo la petizione!

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