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AIL sezione di Taranto

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Non cadiamo nella nassa

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Tempo fa si è consumato un altro capitolo di quella storia infinita che è il tentativo di liberazione della nostra città e della nostra provincia dall’asservimento agli inquinamenti e agli inquinatori. Nell’Aula Magna di una Scuola Superiore di Taranto, due associazioni di volontariato hanno messo a disposizione della cittadinanza dati relativi alla pericolosa presenza di diossina in campioni di mitili prelevati dal fondo di Mar Piccolo, in una zona vicina al rione Tamburi.
 
“Ci risiamo!”, ho pensato. E siccome ritengo di essere una persona come tante, sicuramente tanti avranno pensato con me: “ci risiamo!”. 
 
 Per qualche giorno i giornali e le tv locali hanno parlato in termini sensazionalistici, come ormai sempre più spesso avviene, di questa notizia; i danneggiati (miticoltori e cittadini) si sono beccati fra loro come i polli di Renzo, di manzoniana memoria, e… poi è caduto il silenzio. Come è caduto il silenzio sulla diossina trovata nelle persone, nel latte materno, nel formaggio, nelle pecore.
Ed è un silenzio doloroso, perché le pecore con la diossina hanno messo sul lastrico gli allevatori e i molluschi pescati sul fondo del Mar Piccolo  hanno danneggiato i miticoltori.
 
Ma allora bisogna tacere? Non si deve informare? No. Non si deve tacere! Ma bisogna fare in modo e trovare strategie che danneggino i danneggiatori, non i danneggiati.
La superficialità e l’indifferenza con cui si annullano attività produttive, come quelle degli allevatori e dei miticoltori, vittime dell’inquinamento, ci autorizza a pensare che la “prudenza” nel perseguire chi inquina non è per tutelare gli operai, ma qualcun altro.
 
Riflettiamo: la cozza alla diossina è il prodotto del lavoro dei pescatori; il formaggio alla diossina è il prodotto del lavoro degli allevatori; e allora, la diossina è il prodotto del lavoro degli operai. Pertanto, come comprendiamo il “silenzio” degli operai, volto a non perdere il posto di lavoro, così dobbiamo comprendere le grida di dolore degli allevatori e dei pescatori nei tentativi di difendere il loro lavoro.
 Tutti carnefici? No, tutte vittime. Vittime di un sistema perverso, dove le istituzioni sono asservite al denaro, che è l’unico potere riconosciuto; vittime dell’ignoranza e della cattiva informazione; vittime dell’egoismo egocentrico, per cui se io sto bene, nessuno deve minare questo mio benessere... e allora sentir parlare di malattie disturba e i morti diventano un frutto della fantasia di pochi esaltati.
 
Penso al giovane marito e padre (con nome e cognome) a cui stamattina, mentre scrivo, hanno diagnosticato un linfoma. Io il dolore di quella moglie, di quei bambini lo conosco, l’ho vissuto 20 anni fa. E già 20 anni fa a mio marito che, da funzionario di dogana, aveva lavorato nelle sezioni doganali dell’Italsider (ILVA), dell’Agip (ENI), della Cementir, fu riconosciuta la causa di servizio perché, già 20 anni fa, l’OMS riconosceva il nesso di causalità tra il benzene e la leucemia, malattia di cui mio marito si era ammalato.
20 anni fa e… ancora oggi ci vengono chiesti dati. Ancora oggi dobbiamo capire chi inquina! Smettiamola. Tutti. Non cadiamo nella nassa. Quelle fabbriche a ridosso della città non possono più essere tollerate; quel pesante polo industriale è incompatibile col vivere civile.
Taranto è una città morta dove splendono solo gli ori di un passato molto remoto. Ormai ci troviamo a difendere miseri salari offrendo ai nostri carnefici la nostra salute, la nostra dignità, la nostra vita.
E i nostri carnefici non sono le grandi industrie. I nostri carnefici sono il Governo con le sue leggi dissennate e palesemente a vantaggio del profitto; il Sindaco che, tradendo il suo mandato elettorale, non difende la salute dei suoi cittadini; il Presidente della Provincia che ignora la delega regionale all’ambiente; il Presidente della Regione Puglia che deve a Taranto e alla mai applicata Legge sulla diossina la sua popolarità nazionale e che vorremmo ai cancelli delle nostre fabbriche, come a quelli della Fiat, a difendere i diritti dei nostri operai, dei nostri allevatori e miticoltori; la ASL con le sue colpevoli omissioni di controllo; l’ARPA che è una scatola vuota simile ad  un carillon che suona solo se gli si dà la corda; i Sindacati,  che qua, a differenza che a Torino, tacciono pur sapendo della pericolosità del lavoro in fabbriche come quelle del polo industriale di Taranto.
 
Le fabbriche sono i padroni dei nostri carnefici: l’ILVA, l’ENI, la CEMENTIR e la spazzatura e i rifiuti. E allora che ci vuole, che ci vuole per liberarci dal giogo di personaggi che hanno per padroni le scorie industriali, i rifiuti, la monnezza?
Ci vuole che ci riappropriamo della nostra dignità, del nostro orgoglio; ci vuole che ci ricordiamo che democrazia vuol dire “governo del popolo”, non “alla faccia del popolo”; ci vuole che guardiamo oltre le Alpi, alla Germania dove chi  inquina è  accusato di tentato omicidio e dove il Sig. Riva, proprietario di ILVA TARANTO, là è stato premiato perché la sua fabbrica tedesca non inquina: forse perché là c’è la certezza della pena. Mente qui, dove l’accusa dovrebbe essere quella di strage, noi cittadini ci arrabattiamo ancora a fornire i dati per dimostrare chi inquina, e il Sig. Riva, pluricondannato a Taranto per inquinamento, può continuare a farlo, perché la pena non gli sarà mai comminata, e lui lo sa.
 
Riflettiamo su questo! Indigniamoci! Facciamoci veramente mettere in crisi dalla sofferenza di tante famiglie che versano lacrime segrete per i loro figli senza salute, senza lavoro, senza futuro. Non cadiamo nella nassa! Copriamo con la nostra indignazione le voci e le certezze degli arroganti, opponiamo il nostro dolore alla loro arroganza! 
Facciamolo riscoprendo la morale, vivendo con    coerenza la nostra onestà, nella quotidianità, quando educhiamo i nostri figli, quando lavoriamo. Questo è tempo in cui si chiedono atteggiamenti eroici: ci dobbiamo opporre al malcostume dilagante, dobbiamo pretendere il rispetto dei nostri diritti riflettendo, fino al dolore, su quali siano i nostri doveri. 
E queste non sono parole. Un esempio per tutti: conosco un giovane ingegnere che ha rifiutato il lavoro all’ILVA per non partecipare ad una produzione responsabile di tante malattie e di tanta morte.
Ecco, è di questa coerenza che abbiamo bisogno, anche se è difficile, difficilissimo.
Dobbiamo tutti tendere a poter dire con Kant: “Voglio vivere col cielo stellato sopra di me e con la legge morale dentro di me”.