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AIL sezione di Taranto

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La lettera di Giovanni al mondo

Alla presentazione del libro di Giovanni Santeramo il 18 gennaio scorso a Palazzo di Città ho voluto osservare, a mezza via tra istintivamente e intenzionalmente, i volti dei (tanti) presenti, con la curiosità di uno scettico che vuol vedere se veramente la vita di quest’uomo era stata capace di lasciare un segno nella vita di coloro che si affannavano a volere la sua santità riconosciuta, o se più semplicemente si trattava di un isterismo di massa (cerchiamo tutti un eroe, un leader che ci affranchi dall’asfissiante non-senso quotidiano e generale, vero tarlo collettivo della mente).
Ne sono uscito con la convinzione morale che era giusto saperne di più. Così ho letto quel libro, che in realtà sarebbe più bello chiamare una ‘lettera aperta’ di Giovanni al mondo.
Apparentemente niente che sia una eclatante novità. Le parole ed i concetti espressi ci sono noti, fanno parte della nostra tradizione, del nostro immaginario collettivo, magari ai livelli più alti: sofferenza, amore, il loro misterioso intreccio, attenzione al prossimo, perseverare e così via. Ma allora perché quelle persone presenti al lancio del libro nella Sala degli specchi avevano l’aspetto di chi è pacificato dentro, non più con gli occhi stravolti dalla frenetica ricerca di una felicità che più viene rincorsa più sembra inafferrabile? Perché all’improvviso era possibile guardarsi negli occhi sicuri di essere accolti invece che giudicati? Perché eravamo immersi in un’atmosfera dove parlare di speranza non era più un anacronismo? E soprattutto perché io, dai gusti spirituali notoriamente difficili, mi sentivo toccato e sfidato?
Ho cercato qualche parola, qualche passaggio che tradisse il segreto di Giovanni ed allo stesso tempo lo rivelasse – Dio si nasconde nei dettagli, dicono! - E qualcosa ho trovato.
Come si fa a dire ‘C’è un cielo sopra ogni cielo… C’è un orizzonte dietro ogni orizzonte… Vivo ogni giorno come fosse l’ultimo…’ se non si è conosciuto quell’altro cielo, quell’altro orizzonte, quell’altra vita dove basta un giorno per intravvedere l’eternità?
Come ha fatto Giovanni a vedere vita dove tutti diremmo che non ce n’è: ‘Quando non ci sono colori, si sciolgono gli spazi, non si intravedono fragranze, c’è solo il rumore del buio’?
Come ha fatto a trovare forza nel momento della massima debolezza: ‘Non voglio perdermi nell’interno di nessun tormento’?
E soprattutto chi ha insegnato queste cose a Giovanni? Non viveva lui la nostra stessa vita, non camminava sulle stesse strade dove camminiamo noi, non mangiava le stesse cose che mangiamo noi?
Sembra come se Gianni (veniva anche chiamato così) si trovasse in un piano più in alto di tutti noi e della realtà in cui siamo e da quella posizione desse significato pieno a noi ed alla stessa realtà. Realtà che con presunzione ingannatrice pensiamo di conoscere, ma che forse è di più di quello che pensiamo.  Ed è quel ‘di più’ che fa tutta la differenza:  quando manca cadiamo in una noia mortale. E’ la struggente nostalgia di quel ‘di più’ a non darci pace e a farci sentire stranieri nella nostra stessa pelle.
Sembra come se fossimo fatti per abitare in un altro mondo, un mondo dove bearsi in una visione della realtà senza veli e invece siamo qui, dove sono più le domande delle risposte, con il disagio che ne consegue.
La domanda però rimane: dove ha attinto questa conoscenza superiore, capace di dissolvere le antiche antinomie io/tu, pianto/sorriso, salute/malattia, presente/futuro-passato, spensieratezza/profondità, dovere/gioia?
Da dove l’assenza di vittimismo o di qualunque pur perdonabile autocommiserazione? La fede? Probabile. Sicuramente non una fede pigra, giusto quanto basta a prendere la sufficienza per passare gli esami che danno diritto al paradiso.
Egli parla a tutti, credenti e non, perché la vita – o ‘il sintomo della vita’, come lui ama descriverla – sta più in alto del bene e del male.
Fede dicevamo, una fede forse vissuta come una sfida per sondare se essa è veramente capace di fornire la chiave di lettura, di sostenere la leggerezza dell’essere, di accompagnare la nostra solitudine.
Fede ancora, come la meraviglia del bambino al quale non interessa il possesso di ciò che vede, quanto il desiderio di esserne parte, di perdersi in esso.
Fede come dolce arrendersi alla realtà, dove risiede tutto il bene di questo mondo e dalla quale si è fatto istruire, con umiltà.
Sembra quasi che Giovanni abbia raggiunto quello stato che si chiama ‘Illuminazione’ secondo la tradizione zen o ‘Nirvana’ secondo quella buddista o ‘Contemplazione’ in quella cristiana.
Non ci può essere amore, né fede prima di aver contemplato Dio. Ma dopo, i parametri cambiano. E’ per questo che Gianni può dire con certezza: ‘I tanti colleghi che abbracciavo come veri amici li penso oggi come fratelli’. E ancora: ‘Tutto ciò che dava gioia e meraviglia ha un gusto diverso’. Non perché sia diverso, ma perché è lui che è diverso.
Una domanda potrebbe frullarci in testa, in mezzo a tante: nel suo caso si tratta di grazia o di conquista? Ovvero: quanto nella vita di Giovanni è stato regalo dall’alto e quanto frutto dei suoi sforzi? Non lo sapremo mai e forse è meglio così, perché è dell’amore non sapere mai a chi attribuire i meriti. L’importante è che l’amore ci sia. L’importante è che tu, Gianni, ci sia stato per noi.
 

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