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AIL sezione di Taranto

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La forza di chi affronta una malattia, la forza dei volontari AIL


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PierfrancescoGalati AIL.jpgLa testimonianza di Pierfrancesco Galati

“La malattia mi ha fatto venire voglia di fare qualcosa per gli altri”. Pierfrancesco Galati racconta la sua esperienza, prima come paziente e poi come volontario dell’AIL. 

Da quanto tempo sei volontario AIL e perché hai deciso di sostenere l’associazione, impegnandoti in prima persona?

Mi hanno diagnosticato un linfoma linfoblastico ad infiltrazione renale quasi dieci anni, ma sono entrato in contatto con l’AIL dopo aver terminato le cure, nel 2010. Durante la malattia non avevo mai fatto ricorso al servizio che loro offrono, perché seguivo le terapie in ospedale. Avevo però sempre sentito parlare dell’AIL e una volta uscito dal percorso di cura, ho sentito il bisogno di dare il mio contributo.

Essere colpiti da una malattia importante cambia la prospettiva. Cosa ti ha “regalato” questa esperienza e cosa ti ha tolto?

Ha reso più forte il legame con le persone care; sono diventato ancora più sensibile rispetto alle loro esigenze e anche ai loro malesseri. Anche un’influenza può farmi preoccupare. Per quel che riguarda la mia salute, sono riuscito a superare questa terribile malattia, con l’aiuto dei medici e della mia famiglia, ma a livello fisico sono decisamente più vulnerabile. Ho ricevuto in eredità un’immunodeficienza che mi fa stare sempre all’erta, ma comunque mi ritengo molto fortunato. Quando penso ad altre persone che non ce l’hanno fatta (ne ho incontrate diverse lungo il cammino verso la guarigione) mi assale un sentimento di colpa, che non riesco a reprimere. Malattie come la mia rendono più forti, da una parte e più fragili, dall’altra: si impara ad affrontare il dolore fisico, si conosce la sofferenza vera e si guarda alla vita da un punto di vista diverso, di maggiore consapevolezza rispetto a quello che conta e a quello che invece è meno importante. Si diventa più forti psicologicamente, ma al tempo stesso più vulnerabili. 

Puoi spiegarci il senso di vulnerabilità che provi?

Ogni più piccolo segnale di malessere mi mette in allarme, la paura di rivivere tutta la sofferenza patita è dietro l’angolo, ma si impara a dominarla. 

Un ricordo bello e uno meno bello del periodo della malattia

Ricordi ne ho tanti. Me ne porto dietro uno che non dimenticherò mai: il pianto dei bambini in ospedale, pazienti come me, ma più piccoli di me. Un altro momento duro da affrontare: quando mi hanno comunicato la diagnosi. Sono entrato in ospedale per degli accertamenti, ero tranquillo e lo ero anche quando ho intrapreso il percorso di cura, non conoscevo la gravità della mia malattia, finché non ho sentito la parola leucemia. 

In che modo collabori con l’AIL?

Mi impegno in tutte le occasioni di raccolta fondi: la distribuzione delle stelle di Natale o delle uova di Pasqua, per esempio. In ospedale tempo fa abbiamo anche allestito uno spettacolo, presso il day hospital. Qualche volta, quando incontro i medici per le visite di controllo, mi chiedono di parlare con i pazienti in corsia o che sono in reparto per la terapia. Li incoraggio, per loro il mio esempio è importante. Dico a tutti loro che bisogna lottare sempre, non arrendersi mai. I nostri medici sono bravissimi e la ricerca fa enormi progressi ogni giorno. 

Che cosa significa per te questa collaborazione con l’associazione?

Sono felice di mettere la mia esperienza al servizio degli altri, di poter essere utile a chi affronta una malattia. So cosa significa e so che vedere qualcuno che ti dà una mano senza chiedere un euro in cambio è qualcosa di meraviglioso. Dà una forza incredibile. 

 

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