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Mieloma multiplo, buone notizie per i pazienti over 70

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Il trapianto autologo di cellule staminali ematopoietiche si dimostra efficace anche nei pazienti ultrasettantenni colpiti da mieloma multiplo. Lo rivela un recente studio statunitense, pubblicato sulla rivista Cancer.

La ricerca ha preso in esame oltre 2000 pazienti con un’età superiore ai 70 anni, sottoposti a trapianto autologo. L’arco di tempo monitorato copre gli anni compresi tra il 2013 e il 2017.

I pazienti oggetto dello studio avevano ricevuto la diagnosi non oltre 12 mesi prima ed erano stati sottoposti ad un trattamento chemioterapico con il melfalan. Si tratta di un farmaco antitumorale che svolge la sua azione intervenendo sulle cellule del DNA e causando la morte di quelle neoplastiche. 

Senza scendere troppo in dettagli tecnici, il dato da sottolineare è il numero dei pazienti che ogni anno si sottopongono al trapianto autologo. Tale dato è in crescita, e ciò significa che questo genere di intervento è efficace in una buona percentuale di casi. 

La terapia tradizionale (per gli ultrasettantenni) si basava esclusivamente sulla somministrazione di basse dosi di chemioterapico, con risultati modesti. Il passaggio al nuovo approccio, rappresentato dall’adozione dei farmaci chemioterapici, in dosi più elevate, in combinazione con il trapianto autologo di cellule staminali ematopoietiche, ha dato ottimi risultati. 

In Italia il mieloma multiplo colpisce soprattutto le persone in età matura; dopo i 65 anni aumentano le probabilità, in determinate condizioni, di sviluppare questa patologia.

Nel nostro Paese ne sono colpite circa cinque mila persone. Finora si era ritenuto di non poter sottoporre i pazienti più maturi al trapianto, perché considerati più vulnerabili rispetto ad eventuali effetti avversi. Lo studio statunitense ha ribaltato la prospettiva, dimostrando che il trapianto autologo è un’efficace terapia di consolidamento, a tutte le età. 

Per quanto riguarda il chemioterapico melfalan, sarà opportuno procedere con la ricerca, perché appare chiaro, alla luce dei dati più recenti, che uno dei fattori da considerare, al momento della pianificazione delle cure, non è l’età anagrafica, ma quella funzionale (l’effettiva condizione di salute del paziente, le reazioni del suo fisico, etc.). 

Lo studio americano attesta, ancora una volta, l’importanza della ricerca scientifica. Non solo per i pazienti ematologici, ma per tutti noi. L’emergenza sanitaria sta mostrando anche agli scettici quanto sia fondamentale la scienza (dovrebbe essere un dato ormai acquisito) nel ridurre l’incidenza di una malattia, nel piegarne il decorso all’efficacia delle terapie.

In altre parole, nel rendere curabile un numero sempre maggiore di patologie, anche nei soggetti anziani e con problemi pregressi.

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