A chi è adatta l’immunoterapia? La ricerca aiuta a scoprirlo

Il rituximab, nello specifico l’anti-CD20 rituximab è forse l’anticorpo monoclonale più noto e più impiegato nel contrasto alle malattie ematologiche. È un farmaco che si usa nei linfomi non Hodgkin, anche in combinazione con regimi di chemioterapia. I risultati sono molto buoni, perché le terapie a base di rituximab fermano l’avanzare della malattia e si sono dimostrate efficaci anche in caso di recidiva.

Si usa nella leucemia linfatica cronica, nell’acuta linfoblastica B e anche nelle piastrinopenie autoimmuni. 

Abbiamo citato una delle tante possibilità che l’immunoterapia offre. Con questo termine ci si riferisce a trattamenti che agiscono intervenendo sul sistema immunitario del paziente. I risultati sono, in diversi casi, sorprendenti.

L’immunoterapia rende possibile il coinvolgimento del sistema immunitario nella lotta al tumore del sangue (e di altri tipi di tumore); in qualche modo le difese dell’organismo vengono attivate e orientate a riconoscere e combattere le cellule tumorali. Gli anticorpi monoclonali sono soltanto una delle possibilità attraverso le quali si provvede a innescare un tale meccanismo.

Ma come si fa a sapere se l’immunoterapia avrà gli effetti desiderati sul paziente da trattare?

Sono in corso delle ricerche il cui obiettivo è la valutazione della candidabilità del paziente alle varie terapie disponibili. Per quel che riguarda l’immunoterapia, un recente studio condotto a Boston ha offerto risultati sorprendenti. Alcune persone sottoposte a trattamenti di immunoterapia svilupperebbero delle manifestazioni cutanee.

Effetti collaterali sui quali intervenire evidentemente, per contenerli. Tuttavia, proprio quelle reazioni rappresenterebbero un buon segnale, sarebbero cioè la spia che quei pazienti hanno buone probabilità di rispondere bene all’immunoterapia.

Scendendo nel dettaglio, i pazienti selezionati per la ricerca statunitense sono 14.000, tutti con tumori in stadio avanzato trattati con terapie immunologiche. Del totale dei pazienti, circa 7000 avevano manifestato reazioni cutanee (tra le quali prurito, rush, pelle secca); per gli altri 7000 non era stato registrato nessun effetto avverso, a livello epidermico.

La differenza tra i due gruppi è non solo negli effetti collaterali, ma anche nei tassi di mortalità correlati.

Il gruppo che aveva sperimentato problemi cutanei presentava tassi di mortalità (dovuti naturalmente al tumore) inferiori del 22% rispetto a quelli evidenziati nelle persone libere da problemi alla pelle. 

Con ciò si sarebbe tentati di dare una risposta alla domanda iniziale, circa la candidabilità dei pazienti alle terapie immunologiche e al buon esito delle stesse. Secondo i ricercatori bostoniani chi aveva manifestato effetti collaterali della terapia immunologica, attraverso la pelle, avrebbe avuto maggiori chance di fermare la progressione della malattia.

La reazione cutanea, in altre parole, distinguerebbe i pazienti che si crede possano trarre giovamento dalla terapia immunologica dagli altri.

Si tratta di una ricerca le cui conclusioni sono molto interessanti. Uno studio cui ne seguiranno altri, per arrivare a conclusioni più solide, certe e spendibili. 

Aiutare la ricerca a scoprire i meccanismi che sono alla base delle patologie è fondamentale.

Il ruolo dell’AIL lo è altrettanto. Sosteniamo l’associazione che da più di 50 anni, in Italia (a Taranto da oltre 25), assiste i pazienti e sostiene i ricercatori. La scienza conquista ogni giorno un tassello di luce e lo strappa all’oscurità che la malattia rappresenta.

Non esistono patologie che possano dirsi inguaribili. Non per sempre. È solo una questione di tempo, ogni patologia ha la sua cura e l’AIL ha i suoi donatori, a sostenere la ricerca e a supportare i pazienti ematologici.   

Grazie!            

Conferma efficacia nuovo trattamento per leucemia linfoblastica acuta Ph+

Al Congresso europeo di Ematologia tenutosi a Vienna lo scorso giugno sono stati diffusi molti dati interessanti sui nuovi approcci alle malattie ematologiche.

Alcuni di questi dati riguardano la leucemia linfoblastica acuta Ph+.

I pazienti a cui è stato diagnosticato questo tumore del sangue potrebbero presto abbandonare le cure tradizionali, che prevedono l’impiego della chemioterapia, in favore di trattamenti che hanno un impatto minore sulla qualità della vita. 

Ad alcuni pazienti con cromosoma Philadelphia positivo è stata somministrata, nel corso di uno studio Gimema, una terapia con dasatinib e blinatumumab. Pur senza il ricorso alla chemioterapia, i risultati per questo gruppo di pazienti sono stati buoni.

Successivamente un altro studio, legato al precedente, ha confermato i primi risultati, offrendo elementi di valutazione in più. Anche in fase di follow up a lungo termine, queste persone hanno ottenuto benefici dal trattamento con i farmaci già citati. 

Ricordiamo che gli studi più recenti mirano a mettere a punto terapie meno tossiche per i pazienti adulti affetti da leucemia linfoblastica acuta. Da qui, il tentativo di escludere la chemio dagli interventi. La linfoblastica acuta è un raro tumore del sangue; generalmente si manifesta in età pediatrica. 

La patologia che viene diagnosticata negli adulti è differente, perché presenta delle variazioni genetiche, in particolare una variazione cromosomica delle cellule cancerose definita cromosoma Philadelphia.

Tale differenza rende la leucemia più difficile da trattare rispetto a quanto accada in età pediatrica. Per questa ragione la strada maestra per trattare i pazienti adulti è stata finora rappresentata dalla chemioterapia e successivamente dal trapianto di midollo osseo, in caso di recidiva o di insuccesso della chemio. Non tutti però possono sottoporsi a cure del genere; per la loro aggressività, esse non sono adatte alle persone in età avanzata. 

È il motivo che spinge i ricercatori a sperimentare nuove vie terapeutiche.

Il sito Gimema approfondisce l’argomento, offrendo dettagli sugli studi già conclusi e presentati a Vienna.

Quel che conta è l’ottima risposta che il nuovo schema terapeutico sembra stimolare nei pazienti con leucemia linfoblastica acuta Ph+.

Sappiamo che per ogni malattia esistono risposte differenti; la ricerca offre la possibilità importantissima di avere accesso a sempre nuovi protocolli di cura. Trattamenti mirati, studiati per ogni singola variazione delle patologie del sangue e per ogni singolo paziente. 

Lo schema terapeutico attualmente allo studio e già molto promettente prevede la somministrazione di dasatinib, un inibitore delle tirosin chinasi (TKI), nella fase iniziale del trattamento e quella di blinatumumab, un anticorpo monoclonale bispecifico, nella successiva fase di consolidamento.

Un protocollo che esclude la somministrazione della chemio. I primi risultati dello studio erano stati pubblicati a ottobre 2020 sul New England Journal of Medicine e avevano riportato una sopravvivenza complessiva del 95% dopo 18 mesi.

A distanza di quasi due anni, in occasione del congresso EHA 2022, sono stati presentati i risultati aggiornati ottenuti da GIMEMA LAL2217, che ha seguito i pazienti coinvolti nel precedente studio per una media di 40 mesi, allo scopo di monitorare l’efficacia della terapia chemio-free.

La diagnosi di malattia ematologica spaventa sempre meno grazie alla ricerca scientifica. Grazie quindi a chi la sostiene. L’Ail di Taranto assiste a domicilio i pazienti e le loro famiglie e finanzia la ricerca.

Sosteniamola, tutti insieme. Sosterremo la vita, contro la malattia. 

Grazie!            

Emily batte la leucemia con le Car-T

La storia di Emily Whitehead è esemplare, per tutti. In particolare, per i pazienti onco-ematologici. Dalle pagine del People questo racconto si è riversato su quelle dei giornali italiani.

Ma chi è Emily Whitehead? Una giovanissima che è riuscita a sconfiggere la leucemia che le era stata diagnosticata all’età di sei anni. 

Oggi Whitehead (statunitense della Pennsylvania) è quasi maggiorenne e, dopo aver attraversato momenti molto difficili, è felice di poter comunicare al mondo la sua guarigione.

Soprattutto perché nel 2011, dopo aver seguito dei cicli di chemioterapia e aver sperimentato una ricaduta, aveva ricevuto dai medici presso i quali era in cura notizie tutt’altro che confortanti.

Secondo i bollettini avrebbe avuto scarse possibilità di sopravvivenza, perché la sua malattia era diventata, in brevissimo tempo, molto aggressiva. Nessuna delle terapie a disposizione sembrava poter essere risolutiva. Emily Whitehead non era nemmeno candidabile al trapianto. 

A quel punto, la piccola paziente e la sua famiglia si sono affidate alla scienza. È stato proposto loro un protocollo sperimentale (all’epoca dei fatti lo era): la terapia CAR-T.

Ne abbiamo scritto diverse volte: si tratta di una terapia innovativa, ma ormai ampiamente utilizzata con notevole successo, che consente di prelevare le cellule del paziente e armarle (con sofisticati processi di bioingegneria) contro il tumore. I linfociti T così istruiti sono in grado di riconoscere le proteine delle cellule tumorali e neutralizzarle. 

La terapia è stata somministrata a Emily dopo che i medici avevano ottenuto speciali autorizzazioni, presso il Philadelphia Children’s Hospital. È stato così avviato il primo studio di fase 1 per le Car-T in pazienti pediatrici, con leucemia linfoblastica acuta.

Ricordiamo che questa terapia (il cui acronimo sta per Chimeric Antigen Receptor T-cell) è personalizzata e viene oggi impiegata per curare i pazienti con linfomi non Hodgkin o leucemie linfoblastiche, pazienti che abbiano avuto delle ricadute o per i quali i trattamenti classici non abbiano prodotto risultati. La Food and Drug Administration statunitense ha approvato le terapie cellulari CAR-T nel 2017.

Lo scorso giugno l’ospedale S.G. Moscati di Taranto (nello specifico la Struttura di Ematologia guidata dal dottor Patrizio Mazza) è diventato il primo centro accreditato per le terapie Car-T in Puglia. 

La storia di Emily e di tanti altri pazienti che sono riusciti, grazie alla scienza, a sconfiggere un tumore del sangue insegna quanto la ricerca sia fondamentale.

Sostenere i ricercatori lo è. L’AIL finanzia la ricerca e tutti i progetti che salvano vite.

Abbracciare l’Ail significa credere nella possibilità concreta, già realizzata in molti casi, di battere malattie che soltanto qualche anno fa erano ritenute incurabili. Un futuro migliore è possibile se ci crediamo.

Il codice fiscale per sostenere l’Ail attraverso la dichiarazione dei redditi e il 5X1000 è il seguente 80102390582.

Grazie!