Interferone per curare la leucemia a cellule capellute

L’interferone sembra avere un ruolo importante nell’esito della Covid-19 (o del Covid, a seconda del sostantivo sottinteso). Sicuramente è un validissimo aiuto per i pazienti ematologici che non possono sottoporsi alla chemioterapia. Viene somministrato in particolare alle persone affette da leucemia a cellule capellute. Uno studio pubblicato recentemente sul British Journal of Hematology dimostra che l’interferone è un’arma più che valida nel combattere questo genere di leucemia.

Si tratta di una molecola biologica che l’organismo produce nel corso di un’infezione virale. Oggi viene impiegata dalla medicina anche nella cura delle malattie degenerative. Appartiene alla categoria delle citochine e venne scoperta negli anni Cinquanta da due ricercatori giapponesi. Deve il suo nome alla sua capacità di interferire con le funzioni del virus. La molecola, infatti, è in grado di bloccare l’attività di replicazione dell’agente patogeno, mettendo in moto le difese dell’organismo.

Sul sito della Fondazione Gimema – Franco Mandelli si legge: l’interferone è stato il primo farmaco, ormai venti-trent’anni fa, a dimostrarsi attivo nei confronti della leucemia a cellule capellute. Poi è stato sostituito da una terapia a base di chemioterapici che si sono dimostrati più efficaci e hanno permesso di raggiungere nella quasi totalità dei casi una remissione completa della patologia, anche sul lungo periodo.

La nuova ricerca restituisce una speranza concreta ai tanti pazienti con leucemia a cellule capellute impossibilitati a seguire cicli di chemioterapia. Alessandro Pulsoni, responsabile dello studio e professore all’Università Sapienza di Roma, ha analizzato, con il suo team di ricercatori, una grande quantità di dati degli ultimi trent’anni, a partire dalle cartelle cliniche di 74 pazienti.

Sono stati confermati gli effetti positivi dell’interferone sul lungo periodo. La molecola ha tenuto sotto controllo la malattia nella maggior parte dei pazienti esaminati, senza causare particolari effetti avversi. La sopravvivenza alla malattia a 5 anni ha raggiunto percentuali tra il 95 e il 96%. Altissime, dunque.

Le strade terapeutiche nei prossimi anni saranno diverse, per quante sono le tipologie di pazienti da trattare. È uno dei successi della ricerca scientifica. Per la cura della leucemia a cellule capellute la nuova frontiera è rappresentata dagli anticorpi monoclonali, come il rituximab. I monoclonali sono stati protagonisti delle cronache anche per quel che riguarda il nuovo coronavirus. Impiegati nelle primissime fasi della malattia Covid-19 danno ottimi risultati.

Quanto alla leucemia sono in fase di sperimentazione altri medicinali. Ecco perché è fondamentale contribuire allo sviluppo della ricerca, attraverso l’AIL. Siamo nelle settimane in cui solitamente si fa la dichiarazione dei redditi. Donare il 5X1000 è una dei tanti modi che abbiamo per sostenere l’Associazione fondata dal professor Franco Mandelli. Offrire un contributo all’AIL significa non essere sordi nei confronti delle sofferenze altrui e, al tempo stesso, pensare al futuro di tutti: un domani migliore, con sempre nuove cure a disposizione e la prospettiva concreta di sconfiggere malattie ritenute, fino a poco tempo fa, incurabili. Sosteniamo l’AIL scrivendo nell’apposito spazio del modello 730 o dell’Unico il codice fiscale dell’Associazione: 80102390582. Grazie a tutti!

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