La leucemia linfoblastica acuta è una malattia che riguarda i linfociti, un particolare tipo di globuli bianchi.
I linfociti presidiano le difese del nostro organismo, nel senso che sono le cellule che intervengono in caso di aggressione da parte di agenti patogeni o nel caso dei tumori e di altre malattie. Sono di tipo B o T a seconda del genere di attività di difesa che innescano.
Purtroppo, nella leucemia linfoblastica acuta si verifica una produzione eccessiva di queste cellule, che vanno quindi ad accumularsi nel sangue, nei linfonodi, nella milza, nel fegato e raggiungono anche il sistema nervoso centrale. La malattia si definisce acuta per la sua progressione, che è molto rapida.
È una malattia relativamente rara; è più frequente nei bambini. La ricerca è comunque molto attiva sul fronte leucemia linfoblastica acuta. Uno degli studi più recenti è stato pubblicato su Frontiers in Immunology e ha individuato il processo alla base della linfoblastica acuta di tipo T, in cui sono coinvolte molecole chiamate Notch.
I ricercatori hanno visto che nello sviluppo e nella progressione della patologia entrano in gioco cellule soppressorie di derivazione mieloide. Queste cellule, i cui bersagli sono anche i linfociti T, in realtà bloccano le difese dell’organismo e offrono alle cellule tumorali la possibilità di proliferare. È un meccanismo già piuttosto chiaro nel caso di altri tipi di tumori, quelli solidi, ma più ‘oscuro’ quando si tratta delle patologie ematologiche.
La ricerca, guidata dal Dipartimento di Medicina Molecolare della Sapienza di Roma, ha evidenziato che nel meccanismo di inibizione delle difese dell’organismo, l’interleuchina-6 (proteina multifunzionale) favorisce l’espansione delle cellule soppressorie mieloidi (responsabili delle recidive della malattia). In seguito a ciò, esse diventano più potenti, in grado di agire come un interruttore che chiude la possibilità di difesa dell’organismo.
I ricercatori hanno contestualmente cercato di capire come fermare le cellule soppressorie mieloidi e la loro espansione, come inibire quindi l’attività dell’interleuchina-6.
Ci saranno altre sperimentazioni da fare in laboratorio per proseguire e completare queste ricerche. Sono importantissime perché potrebbero portare all’individuazione di altri bersagli. Altre cellule coinvolte nel processo di diffusione di quelle maligne, nel processo di inibizione del sistema immunitario.
Studi come questo possono portare a risultati sul campo eccellenti, come è già accaduto per altre patologie. Pensiamo a quanti bambini e a quanti adulti potrebbero essere somministrate cure che sono il frutto di questi studi. Attualmente la leucemia linfoblastica acuta viene trattata con la chemioterapia, sia nei pazienti in età pediatrica, sia in quelli adulti.
Si tratta di una terapia di successo, ma esistono pazienti per i quali essa si rivela non sufficientemente efficace. Il 10% nel caso dei bambini, il 60% nel caso degli adulti.
Percentuali tutt’altro che trascurabili. L’uso di inibitori dell’interleuchina-6 potrebbe giovare a quei pazienti che non rispondono ai trattamenti tradizionali.
Quando sosteniamo la ricerca, attraverso il supporto che offriamo all’AIL, stiamo sostenendo delle persone in carne e ossa. I ricercatori, senza dubbio, ma soprattutto i malati e in special modo quelli per i quali le cure disponibili non funzionano o non lo fanno sufficientemente bene. Salviamo vite, sosteniamo la ricerca! Proteggeremo anche il nostro futuro


